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martedì 16 giugno 2009

Finestre part. 1


il sole di quell'autunno del 1994 aveva inondato
la stanza con
evidente arroganza estiva.
dietro il vetro, Nina
rispolverava la sua indubitabile preesistenza di
lucertola.
si azzardò
ad aprire la finestra sporgendosi al suono delle campane e
all'odore di
ragù e arrosti che animava la strada tranquilla.
una domenica perfetta.
era un'abitudine quasi contadina, la sua, che ogni volta quasi la
stupiva.
gustare il fruscio della lana dei cappotti buoni quasi
soffocato dal
chiacchiericcio delle comari era un'arte di sottigliezza
non certo
comune.
il movimento del vetro ne fece specchio per un raggio
di sole e fu
tutt'uno con l'ondeggiare pigro di un ricciolo, col
balenare di un
sorriso, con l'eco del saluto mentre la testa le girava.
Una brezza
sottile sul viso.
Nina chiuse il vetro. Non era sicura di
aver risposto al saluto nè di
sapere di chi si trattasse. Sentiva le
gote arrossate e la
respirazione inciamparle in gola.
Guardò di nuovo
in strada, la porta si era chiusa dietro tutto quell'ondeggiare.
Si
affrettò per le scale sulla scia delle voci della famiglia che
chiamavano al pranzo.

25 anni e un'incomunicabilità con l'informatica
da manuale.
L'ufficio il pomeriggio si svuotava e Nina non perdeva
occasione per
ribadire la sua preferenza verso il telefono.
Oggi però
lo schermo azzurro insistente le si poneva dinanzi con la
strafottenza
di chi si sa vincitore.
Nina seguiva le istruzioni passo passo, dal
foglio di carta.
"download...premere esegui..." nemmeno davanti alle
versioni di greco
si era mai trovata in una tale pressione. Lì, per lo
meno, c'era
sempre la possibilità di inventare e l'errore sarebbe stato
segnalato
solo diversi giorni più tardi.
Per fortuna gli amici si
vedono nel momento del bisogno e il foglietto
di carta con le
istruzioni era più che dettagliato.
"ti si aprirà una finestra di
dialogo"
La finestra si aprì.
In un saluto.
Nina aggrottò la fronte nel
tentativo di collegare quell'immagine alla
mancanza di istruzioni fino
ad allora così puntuali: che diamine
c'entravano gli indiani adesso?
ICQ marcato d'ocra e trionfante di piume, in termine di cinque minuti
l'aveva coinvolta in una conversazione surreale e intima come se la
conoscesse da sempre.
Chiuse la finestra con quella vecchia canzone in
testa.
E senza averci capito un bel nulla.

domenica 14 giugno 2009

Nut e Nina in "Corvi o Cupidi?" - parte 2

(continua da Nut e Nina in "Corvi o Cupidi?" )
Nut era chiaro e diretto.
Così chiaro e così diretto da sembrare machiavellico.
Nina, tra corvi e cupidi, aveva deciso che dare un pezzo di personalità ad ognuno avrebbe reso le cose assai più semplici. In ogni caso, quel che era sicuro, è che non voleva saperne di pericoli, agguati e complicazioni.
Ma Nut era chiaro e diretto e difatti questo provocava diverse complicazioni.
Ad esempio adesso Nina avrebbe potuto giurare che Nut stesse cercando di baciarla.
E che lei, dal canto suo, in tutta la sua ritrosità, non vedesse l'ora.
Anzi, c'era una parte di lei, subito sotto la pancia, che con la sua reazione non lasciava adito a dubbi. Aveva commesso un errore: il maledettissimo bambinetto biondo aveva piantato il suo vessillo sulla sua parte fisica e il corpo non le obbediva assolutamente più.
(prosegue da )
Dovunque Nut andasse lei gli si ritrovava appiccicata con un evidente imbarazzo e l'improbabile e poco credibile tentativo di assumere un'espressione neutra.
Il corvo con pregevole sforzo era svolazzato fin sulla testa e aveva ficcato le zampe unghiute nella pensiero di Nina. Adesso, metodico, elencava con tono e passione crescenti tutti i possibili inganni di cui Nut avrebbe potuto rendersi fautore e di cui probabilmente era già esperto orditore.

mercoledì 22 agosto 2007

Nut & Nina in "Corvi o Cupìdi?"

Nut fece un cenno dal finestrino. Nina lo intuì e vi rispose, intendendo solo in quel momento l’espressione “polvere dei secoli” e trovando che ben si addicesse alle condizioni del povero autobus.

Qualcosa la punse sul collo.

“maledette zanzare!” si voltò per darsi una pacca - di intenti evidentemente omicidi – e fu in quel momento che vide, appollaiato sul tetto sconnesso del bar, un bambinetto grassotto, fastidiosamente biondo, dall’aria innocentemente sbeffeggiante che tentava invano di nascondere arco e frecce dietro la schiena bianchiccia.

Nina, fischiettando , si chinò a raccogliere un sasso e glielo scagliò contro.

Nut scese dal bus e prese naturalmente la mano di Nina. Il bambinetto fastidiosamente biondo gli si era appollaiato sulla spalla e guardava Nina con aria di sfida. Un grosso bernoccolo gli arrossava la fronte.

Qualcosa la punse alla caviglia.

maledette zanzare!” ripetè tra sé e sé ma stavolta con minor convinzione. Si chinò per darsi una pacca – di intenti di nuovo evidentemente omicidi – e fu in quel momento che vide, zampettando sulla terra battuta del parcheggio, un grosso corvo con il becco affilato. La guardava severo con l’aria di chi si sarebbe messo volentieri a fare una paternale con i fiocchi.

Nina, d’istinto, gli affibbiò un calcio. E cercò di concentrarsi su quanto stava accadendo.

Per fortuna il turista tedesco di intromise. Si incamminarono verso il porto, lasciando il bambinetto e il grosso corvo ad accapigliarsi nella sabbia tiepida del parcheggio.

Il turista tedesco beveva in silenzio evidentemente soddisfatto della propria meta. Nina stava cercando di capire come fosse arrivata a parlare del processo di unificazione e della forma governativa del proprio Paese.

Il bambinetto grassotto stava usando la sua testa come puntaspilli , sfuggendo, grazie al movimento frenetico delle alucce, ai tentativi di Nina di acchiapparlo e sbattergli la testa sul tavolino. Graziosamente, certo.

Il corvo, dal canto suo, aveva imparato a non avvicinarsi più di tanto all’infallibile appendice degli arti inferiori della donzella e le gracchiava da lontano avvertimenti e previsioni di sventura.

Stavolta il sasso colpì lui. Scagliato, per non far parzialità, dal piede destro in un pallonetto da serie A.

Nut d’altronde sembrava non accorgersi del trambusto.

La bambolina scalza

Dicono che sembri una bambola. Tutta chiara di pelle e colorata di celeste. Abita in una strada piena di alberi dalle foglie grandi, alcune delle quali dolcemente rosse. Tutti sanno che non é di lí e che in breve, cosí come é apparsa, se ne andrá via. La guardano con curiositá, alcuni con simpatia -specie i bambini - altri con sospetto, altri ancora con il desiderio di averla, di vedere se sia davevro cosí fragile come quella pelle bianca promette. Ma il dettaglio che nessuno accetta sono i piedi. Quasi sempre scalza si muove distratta dentro casa ed in strada. A volte piú simile ad una india che alla gringa che é. Siede a pomeriggi interi fuori dalla porta nascosta dalla piccola veranda in muratura, scarabocchiando su un quaderno dall'aria antica, pretenziosamente artigianale. La strada le porta rumori e voci, per lo piú di bambini. Le grida di due grosse araras in gabbia, il raro guaito di un cane randagio, le urla delle comari, l'annuncio cadenziato dei venditori, il rombo quasi sempre un po' arrogante delle poche macchine o moto. Ha davvero piedi grossi e grezzi, poco curati e sicuri sul suolo. Davvero stonano col sangallo del vestito, le spalline distrattamente cadute, con i capelli lisci. In cima alla mangueira, un bentiví. Piccolo e quasi sempre silenzioso e accorto. In basso alla mangueira, Daniel accarezza la chitarra. Ha spalle grandi e una maglia di lana fine candida. I bambini ne implorano l'attenzione. Lui non reclama se non timidamente. Ha appoggiato la chitarra per via della pioggia. Sotto la mangueira, la sera, quasi sempre qualcuno suona la chitarra. Oggi Daniel, con quel nome storpiato naturalmente dalla parlata brasiliana che cosí lo rende un po' piú dolce, un po' piú esotico. I piedi sguaiati della bambolina scalza sono sensibili alla chitarra che geme deliziosa. Nudi, percorrono ogni angolo della casa strappandolo alla sporcizia. Si fermano per aspettare che il pavimento asciughi. Odore di caffé e di lavanda. Daniel ha di nuovo smesso di suonare. Si son sorrisi, accennando un saluto di buon pomeriggio. Cucina italiana nel forno e macchie di caffé e di fango sul vestito. Saudade struggente di qualcuno al di lá dell'Oceano. Il collo si inclina seguendo i pensieri. Forse diventa un po' piú elegante, anche...non fosse per quei piedi scalzi. Adesso i pensieri si riposano sui rami della mangueira, vicino al bentiví. Stasera, quando tornerá, Daniel non ci sará. Ci sará il vecchio dai baffi spettinati. Suonerá fino a che non si addormenterá, dolce e malinconico, come tutto in questa terra. Adesso sente la stanchezza del giorno e della voglia di quell'abbraccio soltanto. Immaginando, gli fa spazio sul vecchio sgabello e si appoggia alla parete come se fosse il suo petto. Suona ancora, Daniel, perché i pensieri si districhino dai rami della mangueira e arrivino dalla'altra parte del mondo. Ma la sera é giá tutta azzurra e tra poco sará notte. In attesa del suonatore dai baffi spettinati, la bambolina scalza sorride al bentiví. 17/07/05

baci rubati

Un’abbraccio distratto, in un silenzio carico di tensione. La mia testa si è abbandonata, reclinata sulla tua spalla. Ho sentito il tuo odore, il contatto tenue con la tua pelle e ne ho respirato profondamente – preziosa, evanescente sensazione di intimità. Tu stringesti l’abbraccio. Adesso, nell’intreccio statico dei corpi si avvertiva un po’ d’attesa, una leggera impazienza adombrata dalla paura delicata di sgualcire il Momento. I poeti attendevano tutti, gli amanti antichi di nobile intelletto sospirarono – memori forse di quello stesso batticuore che ora risuonava tra noi. Il tramonto infuocato arse i colli smeraldo, la fontana di pietra continuando nella sua gorgogliante cantilena sen’alti né bassi, ti posai un bacio sul viso, lieve come il fresco della sera. Respirasti profondamente, quasi affaticato e volgesti gli occhi nei miei. Mai mi sentii tanto piccola, fragile. Spengesti il mio sorriso inusualmente timido con un bacio leggero. Tornando a casa avevo il cuore in festa. Mordevo le labbra per non sprecare il tuo sapore, per non lasciarlo svanire. Le storie e i versi risuonavano in me, raccontavano, accavallando le voci in un intreccio di passioni, di mille altri baci clandestini, rubati. Le gote arrossate e il passo svelto, quel sorriso ostinato e impudente che rischiara la smorfia che vuol trattenerlo…così danzai tra le ombre della sera. E quando ti rividi – ahi, mio dio! – eri così bello nella tua freschezza, venendomi incontro tranquillo e sereno! Passammo una mattina da viaggiatori, scoprendo angoli nascosti dell’animo e dei corpi. Non so quante volte con le dita percorsi il tuo profilo, la linea delle tue labbra, quante volte le ho invece perse tra l’oro dei tuoi capelli. L’olio profumato guidò le mie mani sulle tue spalle ampie, lungo la schiena. Ogni gesto fu lieve e dolce seppur ardente. Che sapore aveva la tua bocca ancora adesso ricordo. Ancora adesso che, sveglia, lascio scivolar via i profumi del sogno. 18/01/05

martedì 21 agosto 2007

Frank la talpa e il ladro di tesori 20/10/04

(dedicato ai miei amici di capoeira fiorentini)

Frank era una talpa giovane e tendenzialmente esuberante, per quanto una talpa può essere esuberante. Chi glielo avesse dato quel nome del cavolo non ve lo so proprio dire. In ogni caso si chiamava Frank. Frank la talpa non ci vedeva una cippa. Per forza, direte, era una talpa! Infatti. Esattamente per questo non ci vedeva una cippa. Ma sapeva andare al buio, conosceva i suoi luoghi ed era curioso di scoprine sempre di nuovi. Un giorno Frank la talpa si affacciò all’orlo di uno dei suoi tunnel. E senza la terra che lo circondava e lo avvolgeva allora sì che era disperso! Quel territorio alla luce (“luce? Che luce?” Lascia stare Frank…) proprio gli era ignoto ma in effetti di cosa dovremmo essere curiosi se non di ciò che è ignoto? Così Frank, ogni giorno metteva fuori le zampine per guardarsi intorno. Si vabbè, guardarsi…insomma ci siam capiti! Annusava l’aria e cercava di percepire cosa di tanto esaltante ci fosse là fuori da convincere molti più animali rispetto a quanti erano sottoterra, a viverci. C’è da dire che i primi giorni proprio non capiva: insomma, metteva la testa fuori e rischiava di essere colpito in testa da pesanti oggetti che là chiamavano “pale” o “vanghe” (e quelle bestiole malvage lo urlavano senza pudore “aaaaaantoooonioooooooooooo una taaaaaalpaaaaaaaa prendi la vangaaaaaaaaa” “no calma, signora, io mi chiamo Frank” niente! o scappava o le prendeva), se gli andava bene riusciva a passare illeso dalla scoperta di nuovi oggetti ("automobile", "pneumatico", quando era peggio "trattore"), e alcuni degli animali specie i cani non erano affatto ospitali. E neppure beneducati a pensarci bene. Urlavano urlavano, mica sapevano conversare civilmente! Nemmeno si presentavano! Ma più cose Frank scopriva più la sua curiosità cresceva. Sostanzialmente Frank era uno degli ultimi esemplari di intellettuale vero di cui si abbia testimonianza. Un giorno pensò: “che diamine, devo trovarmi una guida in questo mondo sennò non ne esco vivo. In cambio potrò portare su dalle viscere della terra un po’ di quella ferraglia che da queste parti di superficie sembrano apprezzare tanto”. E così, contento della sua idea si mise in cerca di una guida. Tunnel dopo tunnel un giorno sentì una voce forte e chiara sulla sua testa e si fermò ad ascoltare (e poi si lamentano che si dica “talpa” per dire “spia”! Tsze!). “ah! Quanto mi piacerebbe guidarti! Sicuramente ti guiderà chi non ti merita, invece io che son qua con questo mio desiderio così grande non posso!” Frank la talpa pensò di aver trovato l’uomo che faceva al caso suo. Così corse attraverso la sua rete di tunnel finchè non trovò il suo segretissimo tesoro: era una scatola grande più o meno come due scatole da scarpe delle scarpe di un papà (perché vi rendiate conto voi lettori, l’unità di misura di Frank era “come una galleria maggiore”) piena piena di grosse monete di un materiale che Frank aveva imparato a chiamare oro e che pareva allettare molto il popolo della superficie. Prese tra i denti una di quelle grosse monete, tornò al punto dove aveva sentito la sua Guida e emerse. Ora, siccome era cieco come…come una talpa, non si accorse della sorgente del suo grande, grandissimo equivoco: una chevrolet decappottabile azzurra del ’75 con rifiniture cromate. Ed era lei che voleva guidare quel tal poco di buono che oziava all’ombra di un albero. “ehi! Ehi tu! ok, dai, sarai tu a guidarmi per la superficie, va bene se in cambio ti pago con questo?” il poco di buono vide la moneta d’oro, pensò di star sognando e subito riprendendosi abbracciò Frank “ma certamente signora talpa…” “Signore, prego, ma chiamami Frank” “…ehm… ma certamente Frank, non avresti potuto trovar miglior guida! Io so tutto della superficie, conosco ogni singolo angolino e ogni singolo segreto di questo fantastico mondo che adorerai e conoscerai grazie a me. Ora, quella moneta non vale poi tanto, ma poiché mi sei simpatico accetterò il magro compenso” Frank fu molto felice di aver trovato una persona così carina e si preparò alla scoperta del mondo di superficie. In verità la sua guida ogni giorno parlava molto e lo portava in posti che a rank parevano, dagli odori e dalla consistenza, sempre uguali. Ma Frank non conosceva il mondo di superficie e quindi continuava a pensare di essere un ottimo esploratore con la sua guida esperta. E ogni giorno Frank portava al poco di buono una delle sue preziose monete. Quello che era veramente strano è che la sua guida non gli permettesse di parlare con nessuno. Sosteneva che la maggior parte fossero persone cattive e malintenzionate e che fosse assai pericoloso. Frank cominciò a pensare che la superficie fosse davvero un brutto posto e che era stato davvero fortunato a trovare uno dei pochi onesti! Fino a che, un bel giorno, all’appuntamento il poco di buono arrivò più tardi. Frank lo aspettava fuori dalla galleria e ad un certo punto udì una voce diversa “ehi tu! Ciao, come ti chiami?” “Frank! Mi chiamo Frank! Tu chi sei?” “un bambino, mi chiamo Chicco, sei una talpa? Perché stai fuori?” “mmmhh non so se dovrei dirtelo perché magari sei uno dei cattivi, ma sì sono una talpa e sto aspettando la mia guida della superficie. Certo che questa vostra superficie è davvero noiosa, sembra tutta uguale!” il bambino scoppiò a ridere e a Frank piacque la sua risata “tutta uguale? Ma che razza di guida ti sei trovato? Vieni a farti un giro con me!” Frank seguì Chicco, un po’ titubante perché cominciava a pensare di essere stato preso in giro. Sensazione, questa che divenne certezza via, via che Chicco lo scorrazzava per i prati, i ruscelli, i centri commerciali e i cinema. Quando tornarono Frank diede a Chicco una delle sue monete. Il bambino la prese, la rigirò tra le mani e timidamente chiese “ehi Frank, questa moneta non fa per me, non so davvero che farmene, potrei avere un lombrico?” Frank era sconcertato “un lombrico??!?!? Vuoi soltanto un lombrico?!?!?!?” “sì un lombrico, ma non un lombrico qualunque, voglio un lombrico grande almeno così” . Frank il “così” indicato dalle dita di Chicco non lo vide ma immaginò che razza di lombrico volesse e glielo portò. Il bambino ne fu felice e gli disse che sarebbero stati amici per sempre. In quel momento arrivò il poco di buono e vedendo Frank con il Bambino capì che il suo salvadanaio aveva chiuso i battenti. “bella riconoscenza per chi ti ha iniziato al mondo della superficie!” cominciò e disse un sacco di altre frasi simili, cosicché Frank, che pure era arrabbiato con lui per essere stato ingannato, si sentì molto in colpa. Frank d’altronde era buono e non avrebbe mai voluto farsi dei nemici. Cosicché, nel tentativo di dare un’ultima chance al poco di buono gli propose di cambiare il resto delle monete della scatola per una vera gita in superficie. Il poco di buono accettò ben volentieri ma quando Frank tornò con le monete e gliele consegnò sorridendo, il poco di buono prese una di quelle famose pale e gliela diede sulla testa. È ovvio che Frank, preso di sorpresa, svenne e che il poco di buono scappò con tutte le monete. I giorni che seguirono furono molto tristi per Frank, non voleva più uscire, diceva che non gli importava di quell’orrido mondo della superficie e che sarebbe rimasto a far gallerie, dove nessuno poteva fargli del male. C’è anche da dire, però, che Chicco tornava sempre appena possibile sotto l’albero dove lui e Frank si erano incontrati la prima volta e lo chiamava a gran voce, descrivendogli tutto quello che in superficie cambiava di stagione in stagione. Fu così che Frank, piano ,piano si riaffacciò. Questa storia non ha proprio una fine, ma Frank e Chicco stanno ancora a giro esplorando e conoscendo insieme: la talpa e la sua giovane guida. E se li incontrate, per favore, salutateli e fate una carezza alla talpa, cosicché non pensi più che quasi tutti gli animali di superficie sono cattivi e rapaci. Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra che ho detto la mia

Astrolabius dei Daoine Sidhe


Nell'aria vischiosa della sera arrivò. Arrivò senza far rumore e neppure ebbe bisogno di chiamare ad alta voce. Quando lo vidi era semplicemente fermo sulla soglia, come uno scorcio di silenzio nello schiamazzìo confuso delle voci intorno. Sorrise chiamando a rispondere il mio sorriso. e le mie labbra obbedirono come se il tempo non fosse che un'equazione sbagliata nel calcolo del mondo. Lo pervadeva una strana posatezza, una calma irreale quasi fosse sull'orlo del collasso, contenendo a stento i sobbalzi della sua essenza. Il senso recondito di versi cantilenanti che si odono ripetuti scimmiescamente è quanto di più simile possa esserci allo sguardo intenso che si celava tar le parole di rito. Gli diedi il mio benvenuto. La sua poesia affondò lieve ma inesorabile nella mia gioia più intima. Là si riposò, recuperò la forza spiegata nella continua furente battaglia e poi, apparentemente disinteressandone, iniziò a sondarla, a sentirne la consistenza e l'odore. Non seppi mai cosa ne dedusse. Attutito, il caos lasciò che i suoi passi felpati risuonassero nella mia coscienza. Lo sferragliare della lucente armatura deposta in un canto con cura e gesti sapienti, creò un piccolo legame di armonie sonore. Lui cavalcò quel legame e le onde d'oro che gli ornavano le spalle mi nascosero il volto. Respirai la Terra nel suo vivido pulsare, leggermente umida di rugiada, ultimo ricordo di ataviche acque. Così ogni tensione della mia schiena, del viso, del collo si sciolse e per un secondo il mio oceano e la sua rugiada si volsero al Principio, divennero unico elemento leggero vapore inafferrabile etereo e si dispersero nell'atmosfera per poi tornare respiro intrecciato confuso prezioso. Le sue Stelle brillarono dietro le nubi. Le sue Stelle, guida e destriero e arco dalle frecce affilate, tutte le sue Stelle si presentarono in devota sfilata una ad una dissolvendolo infine nel più nobile dei saluti. Astrolabius dei Daoine Sidhe, elfo guerriero di stirpe immortale, aveva di nuovo permesso al caos di mercanteggiare parole sulla strada scura. Spirò un vento freddo tra le ombre della sera ancora calda e umida d'inizio autunno. 08/10/04

l'autunno e la ghiandaia


Lo stizzito rimprovero della Ghiandaia si fece assai prossimo. Fu quasi sobbalzando che mi voltai. Vicino a me, appollaiato sul lavatoio, il grosso uccello inveiva. Ballonzolava quasi goffo sulle zampette ma con un non so che di regalità. Sembrava uscito da un film. Le rivolsi la parola, e subito m’accorsi del senso di rispettoso ossequio che incuteva. Risolsi per darle del lei. - Signora, che per caso tende ad ispirarsi ad un certo corvo di contestata fama? Lei scrollò le piume e gracchiò: - Dilettanti, dilettanti... – alzò il capino sprezzante e con l’aria di chi la sa lunga – tu, piuttosto, hai porte aperte e tra poco t'ammalerai per gli spifferi! Notai allora che avevo gli occhi lucidi d'emozione per quel giallo caldo abbracciato di verde e della polifonia del silenzio. La Ghiandaia è assai loquace, molto più di quanto non dia a vedere, e vanesia, anche. Si liscia le piume lucide e gracchia, brontola e chiama attenzione. In effetti si trova a suo agio nell’autunno con quelle piume screziate che fanno impallidire i castagni e i tigli arrossire. - Signora, inattese circostanze m'hanno portata fin qua, sa mica indicarmi la strada dei ciliegi? La Ghiandaia vola a mezz'aria, quasi provocante, non cammina no...dilettanti, quelli sono dilettanti! Un ciliegio senza ciliege è bello e malinconico come un nobile decaduto. Frugo tutt'intorno, chè la terra bagnata è un po' un canto di sirena col suo atavico profumo, che a tratti si fa quasi dolciastro. Pensiero perverso di come la morte a volte sia gradevole, il marciume di foglie cadute nel mattino è allettante. E quelle foglie marce, con funghi e ricci di castagne, sembrano quasi in attesa (tutti impettiti) di un mio sorriso accondiscendente. - Che fate lì sugli attenti? non sono io l'ospite d'onore! La campagna si rilassa in un battito d'ali tra i cespugli. Di lontano la Signora continua il suo borbottio sgraziato e a sentirla mi scappa un sorriso complice. Scribacchio sul quaderno. Il mio inchiostro, egocentrico e impertinente, ha deciso di accomodarsi nella Storia. 23/07/04

paesaggio d'estate (il lato divertente della lingua italiana)


striscia la serpe, sibilando si insinua nella fessura del suolo estivo, spaccato, riarso dal solleone. lontano, lucente, la luna illumina lividi laghi e ali leggere fluttuano nel flebile alito d'una folata. l'azzurro prezioso rivela zone di rara attrazione, una notturna gazzarra di gazze impazzisce nel lazzo di un volo azzardato. strozzati rivi sgorgano rauchi e scorrono rapidi tra gli irsuti rovi. tra arcaici rumori riecheggia chiaro il verso dell'airone e la rana gracchiante riporta al ricordo rari ritmi randagi rivisti e vissuti in roride primavere e arditi percorsi tra erbuti sentieri. cosa non può causare al cervello una giornata di lavoro...23/06/04

domenica 5 agosto 2007

Paolo e Giulia


Paolo lasciò pomposamente risuonare l’ultima vibrazione delle corde della chitarra ad occhi chiusi, preparandosi ad assaporare gli sguardi ammirati dei ragazzetti che lo circondavano. Lo divertiva schermirsi e poi esibirsi. Fondamentalmente era un arrogante, ma non privo di fascino. Chi lo conosceva o lo amava o lo odiava, ma ne riconosceva sicuramente le spiccate doti artistiche e la prontezza di spirito. Aprì gli occhi e restituì, indifferente, la chitarra al legittimo adolescentissimo proprietario, ringraziando e scusandosi borioso di averli annoiati con la sua stentata esecuzione.Si mise il sigaro in bocca e assunse un’aria rapita dall’infinito che mise subito fine all’entusiasta richiesta di bis. Indubitabilmente il mare era la sua spalla ideale. Il lavoro di strumentista che faceva lo sottoponeva ad una fama sommessa e poco caciarona, ma che, all’occorrenza si rilevava sempre estremamente efficace (“Vedi, il mio amico Francesco…De Gregori, intendo, forse lo conoscerai, mi dice sempre che…”). Probabilmente Dio si era addormentato quando quell’anima gli era scivolata nei nostri tempi: nelle vesti di un qualche regnante avrebbe avuto di sicuro un maggior successo. Moderno sovrano, ammantato di sarcastico cinismo, si era scelto il ruffiano di corte più esperto di ogni tempo: internet. Giulia chiuse delicatamente il portatile e sorprese un sorriso clandestino sulle labbra. Si stirò allungando le braccia in alto e rovesciando all’indietro la testa. Paolo Doria era lo strumentista fantasma per eccellenza. In scena se ne stava in ombra, se ne intuivano i lineamenti appena sfiorati dal riflettore ad ogni fine spettacolo quando la Star di turno ne dava il nome in pasto al pubblico distratto ed eccitato. Non concedeva interviste, non appariva nei talk-show, si poteva arrivare quasi a dubitare della sua identità. Paolo Doria, di fatto, non esisteva. Giulia lo rincorreva ormai da mesi. Le serviva quell’intervista. L’ignota voce finalmente registrata, il volto ben ritratto, notizie del suo passato…le avrebbe spianato la strada ufficiale della rivista con cui collaborava da due anni, del giornalismo. Giulia era distratta ma ostinata. Aveva un aspetto quasi fragile, tutta infiocchettata com’era di straboccante emotività. Il suo modo di porsi piuttosto lunatico saltava dalla fermezza insormontabile ad una dolcezza quasi disperata. Si era sposata presto rispetto alle sue coetanee e tutti la ricordavano straordinariamente a suo agio nel vestito di sapore quasi medievale, di un verde molto scuro ma luminoso, simile ai suoi occhi. Lui era straordinariamente bello, i lineamenti nobili e gli occhi azzurri rendevano il suo volto assolutamente incantevole. Si scambiavano tenerezze e sorrisi, mentre gli invitati, variopinta folla di personaggi quasi totalmente incompatibili l’uno con l’altro, a tratti applaudivano a tratti si squadravano con ostile diffidenza. Appartenevano a mondi totalmente diversi. Lui, facoltoso rampollo di famiglia alto-borghese, laureato in giurisprudenza, aveva vissuto tra bei vestiti, auto di lusso e discoteche. Lei, Giulia, era riuscita a svincolarsi anche da quel poco di imposizioni sociali che i suoi avrebbero voluto veder contare nella sua vita. Disordinata sognatrice viveva in una graziosa casetta in affitto con un’amica, stentando divertita ad arrivare a fine del mese in pari con le spese. Si erano conosciuti e innamorati…era stato più facile del previsto, e dopo un anno si erano sposati. Era stato un bel giorno, il suo matrimonio. Erano tornati a casa come ogni sera e avevano fatto l’amore sul divano tra pacchi infiocchettati di pentole e bicchieri e frullatori e fiori dall’intenso odore quasi nauseante. Poi la vita s’era adagiata in una piacevole tranquillità. Le piaceva prendersi cura della casa, aspettarlo tornare da lavoro, alla sera con il suo bel sorriso. Scriveva, Giulia. Le piaceva raccontarsi storie o giocare a fare la critica, quando letteraria, quando musicale. E per gioco era iniziata la collaborazione con la rivista “suggestioni musicali”. E un gioco era rimasto fino a quando il direttore non la chiamò nel suo ufficio. Giulia aveva osservato quella donna attraente ed elegante dietro la scrivania di mogano. Gli occhiali dalla leggerissima montatura metallica, i capelli biondissimi raccolti, il tailleur grigio che ne modellava l’austera figura. Le aveva offerto, con un sorriso leggermente sbeffeggiante come di chi mette alla prova, la sua prima intervista ufficiale e Giulia non ci aveva quasi potuto credere. Paolo Doria, il fantasma della musica leggera. Non era affatto andata male fino ad allora, ma bisognava concludere. Aveva scoperto la località in cui viveva, un posto di mare, e da lì era arrivata al suo numero di telefono. Gli aveva lasciato un sacco di messaggi in quell’ eccentrica mutissima segreteria che di volta in volta le proponeva una scala al piano o l’arrangiamento più famoso del Doria. Lasciava che la musica, la sua musica parlasse per lui, non si sporcava le mani con la quotidianità. E Giulia ogni volta, ripeteva il nome della rivista, il suo, il telefono, l’indirizzo e-mail. Anche questa volta aveva sbattuto giù il telefono, irritata. Ma chi si credeva di essere quell’odioso insopportabile arrogante strumentista? Però questa volta, all’improvviso, era apparso sullo schermo del suo pc l’avviso di ricezione di un messaggio. Paolo Doria le si stava concedendo

Anna e Giù - 18/05/04


Al rintocco delle campane, unico e nitido, una turma festosa e scapigliata di ragazzini invase la scalinata della chiesa. Le dita polverose dei giochi in piazza prima della messa domenicale, strinsero come sempre la mia mano. Aveva questo modo di afferrarmi la mano sicuro ed esperto, quasi sfacciato a dispetto dei suoi sei anni. Gli calcai il berretto di lana sugli occhi ridendo “bada non guardarmi così, peste!” Ci lasciammo alle spalle le chiacchiere delle comari e i saluti del parroco e prendemmo la strada dei boschi. Potevamo camminare per ore calciando i sassi del sentiero in silenzio. Mi piaceva soppesare il diverso contatto della mussolina della gonna nera ingombrante, trattenuta dalla mano sinistra e della manina ruvida e tiepida, con la punta delle dita quasi gelata che stringeva la mia destra. Lui sembrava avesse un misterioso accesso alla mia testa: rideva soddisfatto e sbeffeggiante se s’imbatteva in un mio pensiero di tenerezza nei suoi confronti; se un’ombra di tristezza o preoccupazione velava d’improvviso la mia serenità aumentava la stretta sbirciandomi da sotto la visiera del berretto, quasi con timore. Così io. Scoprivo un ghigno di soddisfazione se in una giocosa rissa al mattino aveva avuto la meglio su un compagno, un brillio di rabbia mal contenuta per un rimprovero del parroco, un pensiero crudele e sadico, come solo i bambini hanno, al passaggio di una lucertola. Adorava inchiodarle con gli spilloni da cucito della madre alla staccionata. Sapeva bene che non potevo sopportarlo e allora si agghindava di uno sguardino innocente, falso almeno quanto irresistibile. Quel giorno entrambi rimandavamo il momento di rompere il silenzio. Arrivammo in cima alla strada. Faceva freddo, quel freddo di mezzo inverno che ti penetra nelle ossa. Ci sedemmo sulle grandi rocce lisce e umide che da sempre ospitavano i nostri momenti di fuga. “Buon compleanno Giù!”. Alzò la testa e mi guardò. Stringeva la piccola scatola tra le mani e mi guardava. Sembrava quasi adulto. Gli scarponcini battevano ritmicamente sulla roccia dando un senso al dondolio irrequieto delle gambe. “Non lo apri? È per te…” sforzai un sorriso. Lui non disse una parola. Scartò la velina e una specie di luce guerriera gli illuminò per un attimo lo sguardo. La piccola fionda tra le mani, si sporse a raccogliere un sasso. Prese la mira e una delle solite innocenti lucertole pagò la mia idea per il regalo del suo compleanno. Ghignò sfrontato. “perché te ne vai?” le poche parole sofferte, soffocate nell’incavo della mia spalla mentre si stringeva a me in un abbraccio iroso, quasi violento, mi colsero impreparata